È una raccolta di storie nata in Polonia, una nazione che frequento da vent’anni perché è la terra di origine di mia moglie. Non ho la presunzione di spiegare cos’è la Polonia oggi, ma è lì che la mia scrittura — quel gusto per il nero e per le atmosfere più intense — ha trovato un terreno incredibile su cui potersi muovere.
Sono storie di finzione, ma con i piedi piantati nel cemento industriale di Łódź, nel ricordo di un passato tragico e in un presente che corre velocissimo, tra le contraddizioni di una generazione — la nostra — che cerca il proprio posto in un'Europa che sta cambiando pelle, mentre la guerra bussa e si ripropongono drammatiche dinamiche già viste.
È un viaggio tra luci (poche) e ombre (molte), un modo per raccontare, attraverso il filtro della narrativa, chi siamo diventati oggi e chi rischiamo di tornare a essere, per l'ennesima volta: una massa di creature che non fanno la Storia e che semmai ne sono vittime più o meno inconsapevoli.
Grazie a Silvio Aparo e ad Apalòs per aver accolto questo libro con commovente entusiasmo, grazie a Maria Celani per averlo aiutato a presentarsi al pubblico nella sua forma migliore e ovviamente a mia moglie Magdalena Pieluzek e ai miei familiari polacchi per avermi fornito più di una chiave per capire che quello che mi appariva come un mondo lontano e diverso in realtà era lo stesso in cui vivo da sempre anche io.

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